C'è una solitudine che conoscono soltanto le donne molto competenti: quella di essere un riferimento per tutti e, nonostante questo, non avere un posto dove appoggiarsi.
Io l'ho conosciuta in una forma particolare. Sono brasiliana e vivo a Firenze. Qui ho trovato bellezza, rigore, una storia che insegna ogni giorno. E ho scoperto anche che si può essere circondate di persone e sentirsi sole lo stesso. Non per mancanza di gentilezza, ma perché i codici erano altri: quello che per me era naturale dire ad alta voce, qui spesso si taceva; quello che per me era un dettaglio, qui aveva un peso che non sapevo ancora leggere. Per un po' ho pensato che fosse solo distanza culturale. Poi ho capito che quella sensazione aveva un nome più preciso: non avevo ancora trovato persone sulla mia stessa lunghezza d'onda, con cui pensare insieme. Oggi le sto trovando, una conversazione alla volta.
E da allora la riconosco in tante donne italiane. Nate qui, perfettamente a casa loro, eppure sole nello stesso modo. È la donna verso cui gli sguardi si girano in riunione quando la discussione si inceppa, quella che tutti danno per scontato che sappia cosa fare. E di solito lo sa. Ma a riunione finita resta qualche secondo in più con il telefono in mano, senza nessuno a cui chiedere: "E tu, al mio posto, cosa faresti?"
Questa solitudine non ha passaporto.
Quando essere un riferimento diventa isolamento
Il paradosso è semplice da dire e difficile da vivere: più cresci, meno persone trovi accanto a te al tuo livello. In ufficio sei quella che risolve. In famiglia, quella che organizza. Tra le amiche, quella che pensa più in grande e che si chiede di più. Nessuno ti esclude. Semplicemente, a un certo punto, smetti di trovare qualcuno con cui parlare di ambizione, potere, denaro e direzione senza sembrare eccessiva.
Non è disprezzo per gli altri. È solitudine di livello. E ha una caratteristica insidiosa: non si vede. Da fuori sembra un'agenda piena, una reputazione solida, una donna che ce la fa sempre. Da dentro è un pensiero che ritorna: guido molte cose, ma nessuno guida me.
I dati confermano quello che molte donne sentono senza dirlo. Il rapporto Women in the Workplace 2025 di McKinsey & Company e LeanIn.Org, costruito sui dati di 124 organizzazioni con circa tre milioni di dipendenti e su un sondaggio a circa 10.000 persone, mostra che le donne ricevono meno sostegno di carriera e meno opportunità di avanzare. Anche in cima: tra vicepresidenti e oltre, ha uno sponsor il 66% delle donne contro il 72% degli uomini. E negli ultimi due anni chi ha uno sponsor è stato promosso a un ritmo quasi doppio rispetto a chi non ce l'ha. Dai dati diffusi con il rapporto emerge anche un altro segnale: circa sei donne senior su dieci dicono di sentirsi spesso in burnout, contro la metà degli uomini allo stesso livello.
Arrivare in alto, insomma, non significa essere più accompagnate. Spesso significa il contrario.
La differenza tra essere ammirata ed essere guidata
Qui sta il punto che mi interessa davvero. Molte donne di alto livello sono circondate di ammirazione. Ricevono complimenti, inviti, richieste di consiglio. Ma l'ammirazione va in una sola direzione: dagli altri verso di te. Ti guarda, non ti sostiene.
Essere accompagnata è un'altra cosa. Significa avere accanto qualcuno che ti conosce abbastanza da contraddirti. Che non si lascia impressionare dal tuo curriculum e non si spaventa della tua ambizione. Che ti fa la domanda scomoda prima che te la facciano il mercato, il consiglio di amministrazione o il tuo corpo.
La mia posizione è netta: una donna che ha soltanto ammiratori è una donna sola. Magari molto rispettata, ma sola. E le decisioni prese in solitudine hanno un costo che si paga a rate: scelte che nessuno ha messo alla prova, una stanchezza che nessuno nota, una visione che si restringe perché manca uno specchio che la rimetta a fuoco.
Il prossimo livello chiede un ambiente
Per anni ci hanno raccontato che la soluzione era diventare ancora più forti: più preparate, più resilienti, più autonome. La ricerca dice qualcosa di diverso, e lo dice con precisione.
Nel 2019 Yang Yang, Nitesh Chawla e Brian Uzzi, della Northwestern University e della University of Notre Dame, hanno pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences uno studio sulle reti di oltre 700 ex studenti di master di una delle migliori business school americane, analizzando milioni di email. Per gli uomini contava soprattutto essere al centro della rete. Per le donne non bastava. Quelle con una rete ampia e, insieme, una cerchia ristretta e prevalentemente femminile, due o tre donne con cui parlavano spesso, avevano un livello atteso di posizione di leadership 2,5 volte più alto delle donne con reti povere e una cerchia interna dominata da uomini. Oltre il 75% delle donne arrivate a ruoli di alto livello aveva proprio questo: un piccolo cerchio stretto di altre donne.
Non è una questione di quote, né di solidarietà generica. È una questione di informazione e di verità: certe cose si dicono solo a chi conosce il tuo terreno perché lo percorre anche lei.
Le donne forti, quindi, non hanno bisogno di diventare più forti. Hanno bisogno di ambienti forti. Non un palco dove essere viste, ma una tavola dove essere messe alla prova.
Un gesto, questa settimana
Non propongo un programma in dieci punti. Ne propongo uno solo, elegante e un po' scomodo.
Prendi un foglio e scrivi i nomi delle persone con cui, nell'ultimo mese, hai parlato della tua prossima decisione importante. Non del lavoro in generale: di quella decisione. Poi guarda la lista e chiediti, con onestà, quante di queste persone avrebbero potuto davvero contraddirti.
Se la risposta è nessuna, o una sola, non hai un problema di forza. Hai un problema di ambiente. E allora il passo successivo non è leggere un altro libro sulla leadership: è scegliere due o tre donne del tuo livello, o di un livello sopra, e invitarle. A cena, a un caffè lungo, a una conversazione senza ordine del giorno. E arrivarci con una domanda vera, non con una risposta pronta.
All'inizio sembrerà strano chiedere invece di risolvere. È normale: per anni ti sei allenata a fare il contrario.
Perché la verità è questa: non devi imparare a essere forte. Lo sei già. Hai bisogno di un ambiente in cui non dover essere forte da sola.
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Fonti
McKinsey & Company e LeanIn.Org, Women in the Workplace 2025, 9 dicembre 2025. mckinsey.com
Yang Y., Chawla N. V., Uzzi B. (2019), "A network's gender composition and communication pattern predict women's leadership success", Proceedings of the National Academy of Sciences, 116(6), 2033–2038. DOI: 10.1073/pnas.1721438116